L’educazione alla lentezza

C’è del bel fresco questa mattina ed il vento ha già iniziato a scompigliare le chiome degli alberi intorno a me.

Non sono ancora le sette e dopo aver preparato la moka ed atteso, dinanzi ad essa ed in rigoroso silenzio, che il caffè mi desse il buongiorno, mi sono sistemata sulla poltrona sotto l’albero di eucalipto ed ho iniziato le mie frenetiche attività mattutine.

Fatto la rassegna stampa, salvato tre articoli che ho ritenuto importanti, aperto le email, risposto ad un paio di esse, controllato il cellulare 1 ed il cellulare 2.

Dal cellulare 1 ho imposto una story per Instagram, programmato due post su Facebook per la prossima settimana, inviato 4 messaggi di whatsapp che attendevano da ben più di 12 ore e cancellato foto di troppo che occupavano spazio nella memoria del mio non più giovanissimo ed atletico iphone.

Con il cellulare n. 2 invece ho organizzato le attività di domani, schedulato un appuntamento, fatto una telefonata di lavoro, declinato un invito a cena e verificato gli altri account instagram che gestisco.

Tutto questo il 14 di agosto. In vacanza, o meglio, in ciò che mi illudo voler essere una vacanza ma che ha tutta l’aria, minacciosa, di essere una delle estati più frenetiche di sempre.

Appena ho messo giù tutti i miei dispositivi, mi sono accorta che il sole era già alto ed alquanto caldo, il che mi ha fatto venire in mente le parole del mitico meteorologo Giuliacci che preannunciava giorni bollentissimi ed i miei pensieri, finalmente non più dedicati al lavoro, sono volati al mare, alle famiglie in partenza per la settimana di ferragosto, all’allegria dei bimbi in spiaggia, ai castelli di sabbia, alla focaccia sotto l’ombrellone, alla frisa con il basilico.

Ho iniziato a rilassarmi, sentendo il mio corpo leggermente meno teso rispetto ad un’ora prima, ho appoggiato più comodamente la schiena contro la poltrona e, sempre nel silenzio più totale, interrotto solo dal cinguettio di qualche non ben identificato uccello in sosta sugli alberi di ulivo, mi sono guardata attorno.

La vallata di fronte a me offre uno spettacolo straordinario, pari solo a qualche quadro impressionista di eccellente fattura, il grano mietuto lascia una coperta color oro sulla terra rossa e arsa dal sole, tre querce secolari, perfettamente allineate tra loro come a  sfidarsi nella propria bellezza sembrano essere là appositamente per completare la tela. E’ una vista mozzafiato, mi incanta ogni volta ma mi rendo conto, all’improvviso, che non le dedico mai la giusta attenzione.

Alla mia sinistra invece ci sono i trulli, questa deliziosa casetta in cui ho la gioia di soggiornare da un paio d’anni e che presto subirà delle radicali trasformazioni, tra restauro e restyling.

Ha tre coni. Dal più piccolo al più grande, nessuno è della stessa grandezza e i loro pinnacoli, cosi fieri verso il blu del cielo, che questa mattina è particolarmente terso per via del vento di maestrale, mi incantano e stregano per più di una mezz’ora.

Ed è questa la magia della giornata. Essermi concessa trenta minuti di nulla, di ozio, di estasi, di relax, di coccole.

Guardare i coni, senza pensare ad altro che al contrasto del bianco della calce e del blu intenso del cielo, la simmetria perfetta, la forma triangolare, osservare con nuova dedizione ogni singola pietra per cercarne imperfezioni, è stata l’attività più proficua ed emozionante che mi sia concessa negli ultimi mesi.

La mia mente è andata poi a ritroso, come non facevo da tempo, ripercorrendo i tratturi della mia infanzia. Che poi sono quei ricordi che mi hanno spinto, anni fa, a condividere con voi i miei pensieri su Diario di Puglia.

Mi sono ricordata di quando, dopo una giornata intera trascorsa al mare, si rientrava in masseria. Il che avveniva sempre intorno alle sei del pomeriggio. Bisognava poi far in fretta affinché l’acqua per lavarsi fosse ancora calda. Le mamme usavano un metodo infallibile, riscaldare l’acqua in grandi catini antichi e con quella poi lavare all’aperto noi bambini. I grandi invece avevano il privilegio di usare le comodità moderne offerte dalla casa. Doccia sempre calda e crema Nivea per il corpo sgualcito dalla salsedine e dal sole.

Ma per noi bambini, quel momento nel grande catino, tutti e tre insieme, io ed miei cugini, tra le risate, i brividi perché, diciamolo, non era proprio acqua bollente, le grida degli adulti che ci esortavano ad uscire, i grandi asciugamani che ci venivano buttati addosso frettolosamente e maldestramente dai papà, per noi, quello era il momento clou di tutta la giornata. Un momento che ancora oggi, a distanza di 40 anni, non dimentico.

Poi c’era il sedersi fuori tutti assieme, lo stare assieme, la uascezze, con gli amici che arrivavano dalla città, le grandi tavolate, le risate, la felicità. Le ore trascorse con allegria al Primitivo, davanti al forno in pietra pronto a regalare meraviglie gastronomiche. E c’era la lentezza.

I ritmi della campagna.

I suoi colori.

Quel dolce far niente che è parte di me, del mio appartenere a questa terra che è di per sé lenta, alle volte indolente, che segue ritmi atavici, ancestrali, millenari.

Sono stata educata alla lentezza e questi tempi, cosi frenetici, distopici, non fanno parte di me e forse, davvero, non appartengono a nessuno di noi.

Mi sono imposta di rallentare questa folle corsa al dover essere sempre performante, almeno per Agosto.

Ho voglia di guardare ancora la vallata, carpirne i colori all’alba ed al tramonto, oro, rosso, rosa, arancio, nero.

Ho voglia di sorseggiare quel bicchiere di buon vino mettendoci tutto il tempo necessario, sentirne il gusto, l’essenza. 

Perdermi guardando i miei coni. Ripercorrere quei tratturi, riempirmi le guance di more selvatiche, portare a casa un bottino fatto di pere e fichi.

Ho voglia di disconnettermi e camminare lenta.